lunedì 15 aprile 2013

Il miracolo di don Puglisi


libroOggi sono stata a Mussomeli (CL) per la presentazione del libro “Il miracolo di Don Puglisi”, del quale ho curato la prefazione che pubblico qui di seguito:
Ho conosciuto Giuseppe Carini nella sua qualità di testimone di giustizia, essendomi impegnata politicamente e istituzionalmente nella difesa dei diritti di questi “sconosciuti” che, da onesti e coraggiosi cittadini, hanno collaborato con la giustizia mandando in carcere soggetti pericolosissimi, per poi essere abbandonati alla loro solitudine e alle difficoltà di una vita da ricostruire. Rileggere la storia di Giuseppe e di don Pino Puglisi è stato un colpo al cuore. Mi sono sentita proiettata all’interno di quelle vicende. Ritengo quindi che l’obiettivo letterario, affidato al giornalista Roberto Mistretta, sia stato magistralmente conquistato. Ma credo che l’aspetto più importante di un libro come “Il miracolo di don Puglisi” sia quello “formativo”. Considero raggiunto anche quel fine: il racconto del tormento interiore di un ragazzo che si trova a un bivio, e deve scegliere tra l’assicurarsi una posizione comoda all’interno di Cosa Nostra e rispondere alla propria coscienza civile, porti inevitabilmente a una profonda riflessione personale.
L’esposizione della “filosofia” con cui don Pino Puglisi ha conquistato Giuseppe Carini e tantissimi altri ragazzi di Brancaccio, è dolorosa perché sappiamo che le idee di 3P sono state coperte dal suo stesso sangue il 15 settembre del 1993, ma è al tempo stesso una fiaccola di speranza che si riaccende nel momento in cui ci ricordiamo che persone come Giuseppe fanno tutto il possibile per farle rivivere, riportandole in superficie. Anche questo libro è un modo per far rifiorire quei princìpi che Giuseppe e don Pino hanno affermato e per i quali hanno combattuto fianco a fianco, in una terra spesso ostile e distratta. In questo, certamente, si rinnova il miracolo di Padre Puglisi: nell’essere riuscito a plasmare l’animo di chi era destinato a una “vita” turpe, nutrita di sangue e morte, fino a farlo diventare quello di un piccolo grande eroe civile che si batte, perpetuamente, per la giustizia e per la verità. A costo di perdere la propria famiglia, i propri affetti, la propria serenità. Salvando quella vita dal contesto criminale, Don Pino ha fatto ciò che di più bello potesse fare. Giuseppe Carini lo spiega con parole che trafiggono il cuore: “Se sulla mia strada non avessi incontrato padre Puglisi oggi figurerei nell’elenco dei quarantenni che detiene il controllo a Brancaccio. O marcirei in carcere. O sarei sepolto da qualche parte. O peggio, galleggerei sciolto nell’acido”. Invece Giuseppe ha scelto di essere libero, di raccontare la verità sull’assassinio di don Pino Puglisi, di fare i nomi dei mandanti di quella vile esecuzione. Così, il testimone di giustizia Giuseppe Carini, ha scelto di essere vivo. Vivo dentro. Oggi è un uomo che si trova in località protetta, che ha perso i contatti con le proprie origini e che non ha potuto laurearsi in medicina, ma che, proprio come accade quando si avvera un miracolo, è testimonianza della grandezza spirituale di don Pino Puglisi. E’ come se quel parroco di frontiera avesse voluto lasciarci in eredità un bene prezioso.
Un’altra riflessione che il libro deve suscitare nel lettore è quella sul trattamento riservato oggi ai testimoni di giustizia nel nostro Paese: a nulla sono valsi gli sforzi dei pochissimi esponenti politici che hanno chiesto la riconfigurazione del ruolo di testimone di giustizia, anche e soprattutto nel distinguerlo in modo più chiaro da quello del collaboratore di giustizia. In un Paese che ha i fondi per mantenere la tutela armata a giornalisti di dubbio spessore, a falsi collaboratori e a magistrati collusi, i testimoni di giustizia sono costretti a lanciare appelli, a ogni piè sospinto, per chiedere che siano rispettati i loro sacrosanti diritti.
Come narrato nel testo, nell’ambito della sua visita in Italia, la Commissione Antimafia Europea, che ho l’onore di presiedere, ha tenuto delle sessioni di lavoro molto importanti: tra queste, oltre all’audizione dei testimoni di giustizia di cui ha già raccontato Giuseppe Carini, una riunione congiunta con la Commissione Antimafia italiana, nel corso della quale ho chiesto l’impegno del Parlamento italiano per affrontare e risolvere le condizioni di abbandono in cui vivono i testimoni di giustizia e le vittime dei reati di stampo mafioso.
Lungo e tortuoso è stato il cammino che ha portato all’istituzione della Commissione Antimafia Europea, ma una cosa è certa: riusciremo nel nostro intento di giungere ad un testo unico antimafia per tutti gli Stati membri dell’Unione e, all’interno di quel testo, ci sarà spazio anche per i testimoni di giustizia (il Parlamento Europeo, approvando nell’ottobre del 2011 la mia relazione sul crimine organizzato, “sottolinea l’importanza di assicurare adeguata protezione e tutela alle vittime della criminalità organizzata, ai testimoni, ai collaboratori di giustizia e alle loro famiglie, e chiede alla Commissione europea di presentare quanto prima una proposta legislativa in materia che abbia ad oggetto non solo le vittime e le loro famiglie ma anche testimoni e collaboratori di giustizia; chiede l’equiparazione a livello di trattamento di tutte le tipologie di vittime (in particolare quelle del crimine organizzato, del dovere e del terrorismo) e di fare in modo che la tutela dei testimoni di giustizia vada oltre i limiti dell’iter processuale; propone di creare un fondo europeo a tutela delle  vittime e dei testimoni di giustizia”).
Questi uomini e queste donne, che hanno servito lo Stato coraggiosamente e onestamente mettendo da parte le legittime e naturali paure, non possono diventare vittime di quello stesso Stato, dopo aver affrontato a viso aperto e sconfitto la mafia. L’indifferenza e la superficialità delle Istituzioni italiane di fronte a chi ha sacrificato tutto in nome della verità, bruciano più dell’acido in cui le mafie sciolgono i corpi che non vogliono far ritrovare. Le lacunosità istituzionali e legislative a tutela dei testimoni di giustizia italiani sono lampanti. Per questo la Commissione Antimafia Europea si schiera al loro fianco nella battaglia per far comprendere l’importanza di una legge che funzioni davvero. Se non si procede in questa direzione, saranno sempre di più i potenziali testimoni che sceglieranno l’omertà, convinti che deporre contro le mafie rappresenti un salto nel buio.

Sonia Alfano

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